Guerra psicologica: gli effetti sulla mente per chi assiste indirettamente ai conflitti bellici

I primi anni ’20 del 2000 saranno ricordati come gli anni delle catastrofi globali: nel 2020, abbiamo vissuto (e stiamo tuttora vivendo) una pandemia che ha cambiato, dall’oggi al domani, le nostre abitudini e la nostra quotidianità, i rapporti che abbiamo nei confronti delle cose e delle persone e solo adesso stiamo imparando a conviverci. Quest’anno, invece, scoppia la guerra in Ucraina, causata dalla Russia, suo invasore.

Le immagini riportate sono incredibili sotto ogni punto di vista: si vedono edifici, come scuole o abitazioni, crollate a causa dei razzi; file di persone che fuggono dove possono alla ricerca di un riparo o di una via d’uscita dal Paese; bambini disperati e sconvolti dagli eventi catastrofici che si sono abbattuti nelle loro vite. L’impatto e gli effetti psicologici causati dalla guerra per la popolazione ucraina sono e saranno di una portata inimmaginabile. Del resto come tutte le guerre che hanno coinvolto varie popolazioni del mondo, negli anni e nei secoli. Eppure quest’ultima scoppiata tra Russia e Ucraina, per una questione anche geografica, viene seguita con molta attenzione e preoccupazione nel nostro Paese. I media non parlano d’altro: non è una guerra che riguarda solo le parti coinvolte, ma, più indirettamente per ora, tutta l’Unione Europea (e anche altri grandi Paesi nel mondo come Stati Uniti).

Dunque, qual è la portata psicologica che ha su di noi attualmente come popolo che sta assistendo dalle proprie abitazioni le incessanti news sulla guerra tra Ucraina e Russia? 

Come potrebbe essere facile intuire gli effetti non sono per nulla positivi: Szabo e Hopkinson (2007), e altri autori da loro citati (Potts & Sanchez, 1990; Johnston & Davey, 1997; Harrel, 2000), hanno affermato che un’esposizione prolungata a notiziari che riportavano per lo più news negative (crimini, violenze, conflitti) causano un abbassamento dell’umore positivo e un incremento di stati d’ansia, depressione, emozioni negative. Interessante è il contributo di McGoldrick (2008), che riporta un’importante distinzione dello stile giornalistico utilizzato quando si riportano notizie riguardanti conflitti bellici e i suoi effetti su chi segue e legge, ovvero: peace journalism (letteralmente “giornalismo di pace”) e war journalism (“giornalismo di guerra”). Il primo stile si focalizza molto nel riportare notizie riguardanti le persone coinvolte, orientato alla soluzione dei conflitti, alla veridicità dei fatti accaduti e alla pace per l’appunto. Il giornalismo di guerra, invece, è più incentrato sulla violenza, sulla propaganda, sui leader ed elite coinvolti protagonisti del conflitto e sulla vittoria del conflitto stesso. Le notizie del giornalismo di pace generano più sentimenti di speranza, sono più imparziali, offrono maggior opportunità nel comprendere meglio la storia, apprendendo nozioni nuove e utili. Al contrario, nel giornalismo di guerra, le persone tendono ad aver maggior difficoltà a seguirne le notizie, guidate da sentimenti di tristezza e impotenza tendono più a staccare o a smettere di seguire i notiziari; inoltre le storie riportate, spesso, mancano di imparzialità o di contesto. Dal punto di vista psicologico, esperiamo terrore, frustrazione, vergogna e sentimenti di depressione, esperiamo sofferenza, ci sentiamo “perduti”, non avendo più nulla in cui credere.

Attualmente, vari psicologi e psichiatri, tra cui anche il presidente del CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) David Lazzari, affermano come le persone già stanche degli ultimi due anni pandemici, sono adesso completamente esaurite di energie e stanche psicologicamente, non avendo più le forze sufficienti per affrontare un’altra emergenza. Tutto ciò porta a un rischio elevato di burnout, cioè un esaurimento psicofisico ed emotivo. Cosa bisognerebbe fare dunque? Innanzi tutto saper “dosare” la quantità di informazioni che si va ad accumulare durante le giornate: bisogna saper staccare un po’ la spina, cercare di utilizzare il tempo anche per noi stessi, per qualsiasi attività che sia differente dalla ricerca compulsiva di notizie riguardanti guerre o pandemie. Inoltre, quelle informazioni che si assimilano devono provenire da fonti che siano più affidabili e attendibili possibili, evitare titoli puramente allarmistici, ma che forniscano nozioni utili, esaurienti, basate su fatti obiettivi e certi.

Dott. Simone Nastasi 

BIBLIOGRAFIA

McGoldrick, A. (2008). Psychological effects of war journalism and peace journalism. Peace Journalism in Times of War, edited by Susan D. Ross and Majid Tehranian, 111-128.

Szabo, A., & Hopkinson, K. L. (2007). Negative psychological effects of watching the news in the television: Relaxation or another intervention may be needed to buffer them!. International journal of behavioral medicine14(2), 57-62.

SITOGRAFIA

https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/siamo-travolti-da-ansia-e-paura-per-la-guerra-in-ucraina-i-consigli-degli-esperti-per-gestirle/ 

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