Odio online: le parole fanno male

Le parole di odio utilizzate online si propagano, si diffondono velocemente e arrivano dritte da una persona ad un’altra persona: nonostante tutta la complessa Rete che separa chi la scrive da chi la pronuncia, quella parola arriva proprio ad un altro essere umano. Ricordiamolo sempre!

 

Ho letto di recente un articolo che parlava di quanto le donne siano maggiormente vittime di odio online rispetto agli uomini e mi sono fermata a riflettere su quanto faticoso e meraviglioso sia avere a che fare con le parole.

Le parole sono preziose, sono un dono, possono essere accoglienza e comprensione, possono essere casa per qualcuno che ne ha bisogno. 

Allo stesso tempo, possono diventare ferita, macchia, umiliazione e addirittura odio sulla bocca o nelle mani di qualcuno. 

L’associazione Amnesty Italia, tramite il suo strumento “il barometro dell’odio” monitora costantemente i social media per tenere sotto controllo e analizzare le parole utilizzate nei dibattiti online. Nell’ultimo report del 2019 è stato riscontrato un maggior numero di parole di odio nei confronti delle donne. (1)

Ad accompagnare le donne in questo triste primato troviamo la comunità LGBTQ, che subisce allo stesso modo attacchi e parole diffamanti.

Si attacca in qualche modo un’immagine di persone libere, che rivendicano la propria autonomia con i propri modi di essere o di mostrarsi. 

L’hate speech consiste in quelle espressioni che «diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio basate sull’intolleranza inclusa l’intolleranza espressa dal nazionalismo aggressivo e dall’etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità verso le minoranze, i migranti e le persone di origine straniera» (Raccomandazione n. 20 del 1997 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa).

 

È chiaro che l’incitamento all’odio è sempre esistito, non esiste soltanto online, esiste anche offline. Ci sono sempre stati gruppi politici, religiosi, o di interessi diversi, che hanno preso di mira capri espiatori contro i quali coalizzarsi.

Ci sono, però, alcune differenze con l’odio online, alcune caratteristiche che rendono l’hate speech molto più pericoloso e preoccupante se si sviluppa online:

 

  • La permanenza, cioè la possibilità che le manifestazioni di odio si diffondano in differenti piattaforme e restino attive nel tempo sotto differenti forme;
  • L’anonimato, o l’utilizzo di pseudonimi o nomi falsi. Questa è la differenza più importante e forse più infuente: le persone pensano di poter agire senza essere identificate e si sentono maggiormente legittimate a dire ciò che vogliono, senza curarsi delle conseguenze;
  • Il ritorno imprevedibile, cioè la possibilità che il contenuto si ripresenti, con intestazioni magari diverse o sotto diversa forma, in quanto rimuovere un contenuto dal web non equivale ad una totale scomparsa dello stesso;
  • La transnazionalità, ossia l’assenza di confini della Rete e una possibile diffusione capillare di messaggi che alimentano l’odio. (2)

 

A proposito dell’uso delle parole, riprendo una frase dell’artista Achille Lauro “Le parole fanno male, non tutti riescono a farsele scivolare addosso”, utilizzata al Festival di Sanremo edizione 2021, al termine di un’esibizione durante la quale il cantante ha mandato in onda alcune delle parole di odio subite durante la sua carriera.

Ed è proprio così, non tutti riescono a farsi scivolare addosso insulti, umiliazioni, minacce e non è neanche giusto che si lasci “scivolare”, è giusto che non si tolleri l’offesa e l’umiliazione e si denunci. È giusto che si prendano provvedimenti per arginare un fenomeno dilagante.

 

A livello Europeo un importante strumento legislativo contro l’odio online è il “Codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online”, che richiede alle piattaforme interessate il controllo e  l’eventuale rimozione di contenuti offensivi. (2) 

Il Codice è nato nel 2016 da una cooperazione tra la Commissione Europea e quattro colossi dell’informatica, Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube. A questi si sono aggiunti successivamente Instagram, Google+ ed altre piattaforme informatiche. 

Lo scopo del codice è quello di supervisionare e monitorare costantemente i contenuti, per poter sopprimere tempestivamente tutto ciò che incita all’odio. (3)

 

È importante che la libertà di espressione non sovrasti mai e in alcun modo la dignità dell’essere umano.

Sarebbe bello riuscire a dare un peso, il giusto peso, ad ogni parola che utilizziamo, che non sia una bolla di sapone, troppo leggera per atterrare dove noi vogliamo, ma nemmeno un macigno che distrugge tutto ciò che incontra.

 

Dott.ssa Rossella Borneo






  1. Fonte:https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2020/04/16/odio-online-le-donne-subiscono-molti-piu-attacchi-degli-uomini-e-un-terzo-di-questi-e-sessista/
  2. Fonte: http://www.dirittodellinformatica.it/ict/web/lhate-speech-e-la-violenza-verbale-online.html
  3. Fonte: https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-12522-2019-INIT/it/pdf 




One thought on “Odio online: le parole fanno male

  1. Non credo possibile un controllo capillare della rete che possa eliminare l’odio, l’offesa, la maldicenza… anche se il fatto che ci sia chi questo controllo lo effettua a scopo preventivo un po’ di tranquillità in più la offre. Secondo me, oltre a contrastare in vari modi chi, per immaturità e mancanza di formazione, semina negatività, bisognerebbe trovare il modo di aiutare a neutralizzare e a non dare peso alle offese gratuite chi ne subisce le conseguenze.

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